Libri di fotografia: “Le fotografie del silenzio” – Gigliola Foschi

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Un libro di fotografia che mi ha colpito molto, è un piccolo libretto scritto da Gigliola Foschi, giornalista e critica d’arte e di fotografia, scrive per la rivista “Gente di Fotografia”, precedentemente per l’Unità e numerose riviste d’arte e fotografia, oltre che essere docente presso l’Istituto Italiano di Fotografia di Milano.

“Le fotografie del silenzio” è un libro di fotografia con una cinquantina di pagine e dalle dimensioni ridotte. Ma le sue misure ingannano, perché ti ritroverai tra le mani pagine dense di informazioni e ricche di spunti per riflettere.

Libri di fotografia: "Le fotografie del silenzio" di Gigliola Foschi
Libri di fotografia: “Le fotografie del silenzio” di Gigliola Foschi

L’autrice affronta un argomento molto interessante, in netto contrasto con la realtà che viviamo quotidianamente tramite i media e i social network.

Siamo bombardati di immagini in ogni istante.

Ma riusciamo ancora a vederle veramente? Riescono, queste immagini, a cogliere la nostra attenzione e a far nascere degli interrogativi dentro di noi? Oppure tendiamo a lasciarle scivolare via perse nel marasma confuso e caotico della comunicazione moderna?

Parte da un interessante punto di vista che le nasce dalla lettura di un concetto del critico d’arte Hans Belting:

“Nessuna immagine giunge a noi senza una mediazione. La loro possibilità di essere viste dipende dalla specificità del medium in cui si trovano, che ne regola la percezione e determina l’attenzione dello spettatore”

Hans Belting

Fotografia e medium

Se le fotografie vengono presentate in un libro d’autore o esposte in una galleria d’arte, automaticamente la nostra ricezione si fa concentrata: tali foto ci chiedono di essere osservate nelle loro pieghe e ciò che esse mostrano viene effettivamente strappato dal contesto assordante del mondo reale. Ma basta spostare una di quelle immagini all’interno di un social network o sulla pagina di un giornale affollata di notizie, per vedere inghiottita, almeno in parte, la sua alterità.

Anziché funzionare come un “ferma sguardo” che invita al silenzio, rischia di aggiungersi al rumore generale, al bombardamento di informazioni visive che si accavallano le une sulle altre fino a creare una sorta di rumore di fondo cui prestiamo un’attenzione distratta.

Gigliola Foschi

Trovo molto interessante questo concetto. Ogni volta che produciamo un’immagine possiamo veicolarla in molti modi differenti. Molto spesso tendiamo a non prestare attenzione al mezzo su cui la veicoliamo, presi dalla frenesia di dover condividere subito tutto. Ma se ci fermiamo a riflettere un momento, ci renderemo conto di quanto questa combinazione di elementi (immagini e medium) siano fortemente collegate.

Quante volte ti sarà capitato di imbatterti in immagini di fotografi famosi postate in un social network e di non aver prestato loro grande attenzione?

A me è capitato: scorro distrattamente la bacheca di Facebook o di Instagram, vedo un’immagine famosa ma passo oltre come se fosse l’ennesima foto di un gattino. Se la stessa fotografia la vedo in un libro o appesa in una galleria d’arte, allora mi soffermo ad osservarla nei minimi dettagli.

La mia percezione e il mio livello di attenzione cambiano drasticamente.

E’ curioso questo atteggiamento e al tempo stesso inquietante perché ci mostra immediatamente quanta poca consapevolezza abbiamo nel momento in cui siamo sui social network.

Il rumore bianco è quel rumore impercettibile in cui siamo immersi, in cui non cogliamo più i piccoli e grandi disastri che accadono intorno a noi.

Gigliola Foschi

Fotografia di famiglia e memoria

Un punto che mi sta molto a cuore e su cui presto sempre la massima attenzione quando parlo di fotografia, viene ripreso da Gigliola Foschi in maniera molto chiara e diretta.

Le foto, un tempo negli album di famiglia, venivano guardate di tanto in tanto per conservare la memoria della nostra vita privata.

Oggi riempiamo la memoria dei cellulari. Un tempo le si guardavano molte volte come per richiamarle alla memoria. Oggi vengono visualizzate sui social non come oggetti in sé, sono più trasparenti, dissolte in quel flusso continuo di informazioni visive su cui è difficile soffermarsi.

Gigliola Foschi

Personalmente ricordo ogni foto di quando ero bambina, ho perso il conto di quante volte io le abbia guardate, da sola o in famiglia. Era un bel modo di sorridere rivedendo me e mio fratello bambini, i miei genitori da ragazzi, vedere la moda degli anni 70, i capelli lunghi di mia mamma e lo stile di mio papà a quei tempi. Ricordo che sono sempre stati momenti molto belli da passare insieme, raccolti davanti alle fotografie di famiglia e della nostra storia.

L’importanza di stampare le fotografie

Un’abitudine, quella di stampare le foto, che si è persa per strada. In famiglia, continuiamo a farlo con le foto del mio nipotino, per cui abbiamo realizzato un album con le sue foto, i suoi primi giorni di vita, il suo battesimo, i compleanni, le sue espressioni buffe.

A differenza di prima, quando l’unico modo di vedere le foto era stamparle, ora stampiamo meno, anche se scattiamo di più.

Monica Mx Antonelli

Complice il fatto che averle sul cellulare è “più comodo” per mostrarle ad amici e parenti. Però è importante stampare ancora le foto. Quante foto rischiamo di perdere se le lasciamo solo sui nostri cellulari?

Inoltre, nell’atto di stamparle, diamo loro maggiore importanza. Le salviamo dal dimenticatoio. Quelle che verranno stampate, avranno un’importanza maggiore. Verranno viste più volte, entreranno a far parte della nostra memoria individuale e di famiglia.

Flussi di notizie costanti

Sempre per rimanere sul tema attuale della miriade di immagini e di informazioni da cui costantemente veniamo inondati, Gigliola scrive:

Immersi in un flusso di notizie viviamo con l’impressione (falsa) di essere sempre informati su tutto. L’informazione televisiva manipola a meraviglia le due tecniche del niente e del troppo per ottenere i migliori risultati dell’accecamento.

E’ come se proiettassero su un muro un film continuo di drammi e pubblicità. Lo guardiamo più o meno con attenzione vigile, ma non ci accorgiamo che tale muro nasconde una realtà invisibile di cui sappiamo poco o nulla. Dietro quel muro di notizie permane uno spaventoso silenzio che non avvertiamo e non vogliamo sentire.

Gigliola Foschi

Effettivamente, mai come oggi, si ha la percezione di non sapere più nulla, nonostante la continua diffusione di notizie. Se in tutto questo consideriamo anche le fake news che ci arrivano, ci rendiamo conto di quanto sia ormai difficile essere realmente informati nel modo corretto su ciò che accade nel mondo e intorno a noi.

Internet è sicuramente la fonte inesauribile della conoscenza, ma ha perso quel modo diretto di offrirci le informazioni di cui necessitiamo in tempi rapidi. Non è più così immediato. Se leggo una notizia, devo pormi la domanda se quella fonte sia attendibile. Poche ormai sono le fonti che fanno informazione in maniera pulita e onesta. E ciò non fa altro che creare rumore di fondo e confusione.

L’arte è vera comunicazione quando sollecita una risposta

L’arte è vera comunicazione solo quando riesce a sollecitare una risposta nel pubblico.

Gigliola Foschi

Su questo tema aggiungerei che non solo è comunicazione se riesce a sollecitare una risposta, ma anche se sprona lo spettatore a porsi delle domande.

Tante volte in fotografia ho sottolineato l’importanza del veicolare un messaggio. Una buona fotografia informa, comunica, porta lo spettatore a farsi delle domande.

Cattura la sua attenzione se riesce a spronarlo in qualche modo.

Se non vi è un messaggio, tenderà a passare oltre.

La macchina fotografica viene vista come uno strumento che si frappone fra l’uomo e la realtà, impedendogli di contemplarla con la dovuta attenzione. Il modo di scattare compulsivo di oggi, pensato per creare immagini usa e getta da condividere subito, permette di evitare vuoti e intervalli di tempo in cui potrebbero immettersi pensieri o spazi di silenzio.

Gigliola Foschi

Un altro punto molto interessante a mio parere. La macchina fotografica tra il fotografo e la realtà che ha davanti. Ripeto sempre, che prima di fotografare qualcosa dobbiamo chiederci perché lo vogliamo fare. Qual è il motivo che ci spinge a fotografare quel soggetto? Cosa vogliamo trasmettere? Solo nel momento in cui abbiamo queste risposte, allora alziamo la macchina fotografica e ritraiamo quel soggetto.

Non diamo per scontato che si debba fotografare tutto solo per registrare ricordi o solo perché una cosa è bella. Diamo un significato alle nostre azioni. Altrimenti diventeranno automazioni che non faranno altro che creare scatti che si accumuleremo nella memoria del cellulare o su un hard disk del computer, di cui ci dimenticheremo dopo poco tempo.

L’importanza del silenzio

La fotografia del silenzio sa creare uno spazio di silenzio dentro di sé, un intervallo dissonante che ferma, almeno per un attimo, i nostri pensieri abituali per aprirli verso un altrove.

Il silenzio può essere una forza, là dove ci si interroga, perché incrina le nostre certezze, perché ci inquieta, offrendosi nel suo mistero e mostrandoci la dimensione misteriosa nascosta nelle immagini e nella realtà stessa.

Gigliola Foschi

Quante volte dedichiamo ancora del tempo al silenzio, alla sospensione del pensiero e dell’azione, all’apparente noia?

Se ci pensiamo, siamo sempre di corsa, persi in mille pensieri che ci assillano la mente, prestiamo poca attenzione a ciò che facciamo. Tendiamo a comportarci come automi e lo si nota dal livello di distrazione che abbiamo. Meno siamo consapevoli dell’attimo che stiamo vivendo e più saremo distratti.

Il mio augurio, è che leggendo questi estratti dal libro “Le fotografie del silenzio” tu possa esser invogliato a leggerlo, prima di tutto, e poi che tu possa soffermarti a ragionare sulla tua vita e sul tuo approccio alla fotografia e all’informazione.


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