Quando una fotografia deve essere spiegata meno
Adattare il linguaggio senza perdere profondità
Quando io e Riccardo abbiamo iniziato ad occuparci dei laboratori di fotografia del progetto “Dietro ai miei occhi” — laboratori inclusivi rivolti a persone con disabilità — pensavo che la parte più difficile sarebbe stata mantenere viva l’attenzione del gruppo.
Spesso le persone nello spettro dell’autismo o con disabilità cognitive fanno fatica a mantenere la concentrazione per tempi prolungati e credevo che la sfida principale sarebbe stata quella.
Mi sbagliavo.
La vera difficoltà era un’altra: riuscire a farmi capire davvero.
Non nel senso più immediato del termine — le parole, in fondo, arrivano quasi sempre — ma nel riuscire a trasmettere un concetto senza perderlo lungo la strada.
Parlare la stessa lingua
Per anni ho parlato di fotografia in modo piuttosto naturale.
Incontri, confronti, piccoli corsi: mi bastava seguire il mio modo abituale di raccontarla.
Poi mi sono trovata davanti a ragazzi che avevano bisogno di un linguaggio diverso.
Ed è lì che ho capito una cosa un po’ scomoda: spesso usiamo parole complicate non perché siano davvero necessarie, ma perché fanno parte del nostro modo di comunicare e ci fanno sentire sicuri.
Parlare di fotografia è pieno di concetti astratti.
Intenzione. Narrazione. Punto di vista. Emozione. Composizione.
Termini che per chi lavora con le immagini sembrano normalissimi, ma che a volte possono diventare muri invisibili.
All’inizio mi accorgevo di una cosa molto semplice: stavo parlando, ma non stavo arrivando davvero.
E questo, per chi prova a insegnare qualcosa, è una sensazione frustrante.
Togliere il superfluo
Così ho iniziato a togliere.
Non profondità.
Non significato.
Solo il superfluo.
Ho iniziato a chiedermi quali parole fossero davvero necessarie e quali invece servissero più a me che alle persone che avevo davanti.
Ed è stato molto più difficile di quanto immaginassi.
Perché semplificare non significa banalizzare qualcosa.
Significa capirla abbastanza bene da riuscire ad andare al centro.
E quando provi ad andare al centro di un concetto, capisci subito se lo hai compreso davvero oppure no.
Imparare ad osservare meglio
In questo il confronto con educatori e professionisti è stato fondamentale.
Non tanto per costruire regole precise, ma per imparare a osservare meglio.
Capire quando una spiegazione è troppo lunga.
Quando una parola complica invece di aiutare a comprendere.
Quando è il momento di fermarsi.
All’inizio vivevo questa sottrazione quasi come una perdita.
Avevo paura che rendere le cose più semplici significasse impoverirle.
Poi ho iniziato ad accorgermi del contrario.
Quando un concetto arriva davvero, succede qualcosa di molto evidente: le persone iniziano a farlo proprio.
Lo trasformano.
Lo reinterpretano.
Lo fanno diventare loro.
Ed è lì che capisci che la profondità non dipende dalla complessità del linguaggio.
Lasciare spazio all’intuizione
Anzi, a volte accade il contrario.
Più una fotografia viene spiegata troppo, più rischia di allontanarsi da chi la guarda.
Nei laboratori ho imparato che alcune delle immagini più forti nascono proprio quando lasci spazio all’intuizione.
Quando non cerchi di controllare tutto.
Quando smetti di voler dimostrare qualcosa.
Osservare i ragazzi all’opera durante la prima lezione, liberi di fotografare a modo loro, senza regole e senza direttive precise, è ogni volta un grandissimo insegnamento.
Vedere come si guardano attorno, cosa cattura la loro attenzione, come osservano il mondo attraverso l’obiettivo e come scelgono di raccontarlo, sono momenti importanti.
Perché è lì che la loro visione emerge davvero.
Prima ancora di interpretare
Queste esperienze sono state una conferma di qualcosa che sentivo già da tempo: che la fotografia va sentita prima ancora che interpretata.
Che alcune immagini arrivano senza bisogno di troppe spiegazioni.
E che la tecnica è uno strumento utile per trasformare un pensiero in immagine, ma non è né il fine ultimo né l’unica cosa che conta.


