Il tempo degli altri
Cosa succede quando non controlli più il ritmo di una lezione
Se c’è una cosa che i laboratori del progetto “Dietro ai miei occhi” mi hanno insegnato, è che il tempo non è uguale per tutti.
Può sembrare un’osservazione banale, ma nella pratica non lo è affatto.
Siamo abituati a vivere in un mondo che misura tutto in termini di velocità e di performance raggiunte. Quanto impariamo in fretta. Quanto produciamo. Quanto rapidamente raggiungiamo un obiettivo. Sempre in un costante confronto con gli altri.
Nel momento in cui mi sono messa a preparare il programma dei laboratori ho ragionato in questo modo.
Ho immaginato un percorso, previsto dei tempi. Mi aspettavo che il gruppo seguisse un ritmo che, in qualche modo, avevo già stabilito in partenza, basandomi sui miei tempi dati dall’esperienza.
Poi mi sono scontrata con la realtà e mi sono resa conto che quel ritmo esisteva soprattutto nella mia testa.
All’inizio è stato strano.
Avevo preparato degli incontri pensando a quanto avremmo potuto fare, a quanti argomenti affrontare, a come distribuire il tempo a disposizione.
Molto presto ho capito che la domanda giusta non era: “Quanto riusciamo a fare oggi?”
La domanda giusta era: “Di quanto tempo ha bisogno questa persona per fare proprio ciò che stiamo affrontando?”
È una differenza sottile, ma cambia completamente il modo di stare dentro un laboratorio.
Non si tratta di rallentare perché qualcuno è in difficoltà.
Si tratta di accettare che ogni persona ha un proprio modo di osservare, comprendere e partecipare.
E che quel modo merita rispetto.
L'attenzione non è una linea retta
Una delle cose che mi colpisce di più è osservare come cambia l’attenzione.
Spesso pensiamo all’attenzione come a qualcosa che c’è oppure non c’è.
In realtà ha forme molto diverse.
Ci sono persone che ascoltano in silenzio per lunghi minuti e poi intervengono con un’osservazione mirata.
Altre che sembrano distratte ma stanno assorbendo molto più di quanto immaginiamo.
Altre ancora che hanno bisogno di muoversi, esplorare, fare esperienza diretta delle cose.
Con il tempo ho smesso di chiedermi se il gruppo stesse seguendo il mio ritmo.
Ho iniziato a chiedermi se fossi io capace di ascoltare il loro.
Imparare a stare, invece che guidare
Credo che questa sia una delle trasformazioni più importanti che porto con me da questa esperienza.
Non riguarda solo i laboratori.
Riguarda il mio modo di lavorare.
Riguarda il mio modo di stare con le persone.
Riguarda persino il mio modo di fotografare.
Per anni ho pensato che l’esperienza fosse soprattutto una questione di guida: accompagnare qualcuno da un punto a un altro.
Oggi penso che sia molto di più una questione di presenza.
Essere lì.
Osservare.
Capire quando è il momento di parlare e quando invece è meglio lasciare spazio.
Un progetto che cresce
Forse è anche per questo che il progetto è cresciuto in modo così naturale.
Quello che all’inizio era un’idea si è trasformato poco alla volta in un percorso più ampio, che oggi raccontiamo anche attraverso un sito dedicato ai laboratori. È uno spazio in cui abbiamo raccolto il senso del progetto e le esperienze che continuiamo a costruire insieme.
Il valore dell’attesa
La cosa più bella è che questo rallentamento, alla fine, non riguarda solo chi partecipa.
Riguarda anche me.
In un periodo storico in cui tutto sembra chiedere velocità, efficienza e risultati immediati, questi laboratori mi ricordano continuamente il valore dell’attesa.
Mi ricordano che non tutto deve accadere subito.
Che alcune comprensioni hanno bisogno di tempo.
Che alcune relazioni hanno bisogno di tempo.
Che alcune fotografie hanno bisogno di tempo.
E forse anche noi.


