Dietro ai miei occhi
Laboratori di fotografia con persone con disabilità: quando insegnare diventa imparare a guardare
Non pensavo che insegnare fotografia mi avrebbe cambiata così.
Nell’ultimo anno mi sono dedicata a qualcosa di nuovo.
Ho iniziato a lavorare, insieme a Riccardo — amico e collega — a laboratori fotografici educativi per persone con disabilità.
È stato un cambio radicale, ma allo stesso tempo naturale.
Radicale perché fino ad allora non avevo mai avuto vere esperienze di insegnamento, se non qualche incontro sporadico in piccole realtà.
Naturale perché ho unito due elementi che fanno parte di me da sempre: la fotografia e l’ascolto.
In realtà, questo passaggio non è nato dal nulla.
Negli ultimi anni avevo già iniziato a lavorare sulle storie degli altri attraverso progetti come “Donne di Crema”, “Anche io… con te” realizzato per Anffas Crema e, più in generale, attraverso il ritratto fotografico.
A un certo punto ho sentito il bisogno di spingermi ancora più in là: creare un’esperienza in cui l’ascolto fosse centrale e il ritratto solo una conseguenza.
È da lì che è nato “Ritratti in ascolto”, un progetto personale che porto avanti ancora oggi e che ha cambiato profondamente il mio modo di lavorare.
Da lì ai laboratori il passo è stato breve.
Negli ultimi mesi questo lavoro ha iniziato a strutturarsi sempre di più, prendendo forma anche in uno spazio dedicato ai laboratori, dove raccontiamo meglio quello che stiamo costruendo.
È stato come dare forma concreta a qualcosa che sentivo già mio.
Com’è stato iniziare?
Curioso, stimolante, ma soprattutto molto umano.
Mi sono trovata in ambienti in cui vieni accolta con un sorriso fin dal primo incontro. Ambienti in cui non vieni giudicata.
I ragazzi con cui ho lavorato sono spontanei, immediati: se gli piaci, te lo fanno capire senza filtri.
Il primo incontro è sempre quello dell’osservazione — loro studiano te, ma nel farlo riescono comunque a farti sentire nel posto giusto.
E questa, per me, è stata una delle scoperte più forti.
Nei centri in cui sono stata non mi sono mai sentita fuori posto.
Anzi, mi sono sentita accolta.
Non è una sensazione così scontata oggi.
La sfida (vera) è stata un’altra
Dal punto di vista professionale, è stato un cambio netto.
Ero abituata a parlare di fotografia senza preoccuparmi troppo della complessità dei concetti.
Qui invece ho dovuto fare un lavoro diverso: semplificare.
Semplificare davvero.
Non banalizzare, ma trovare un modo per rendere accessibili anche i concetti più astratti.
La prima esperienza — in un centro specializzato per ragazzi nello spettro dell’autismo — è stata fondamentale.
Il confronto con la pedagogista e le educatrici ci ha permesso di costruire un metodo, capire come mantenere l’attenzione, come modulare tempi e linguaggio.
E soprattutto, mi ha insegnato una cosa che non avevo mai considerato davvero:
non c’è fretta.
Ognuno ha i propri tempi per comprendere, sperimentare, fare proprio un concetto.
All’inizio è stato destabilizzante.
Siamo abituati a correre, sempre.
Poi però succede qualcosa.
Rallenti — e inizi a vedere meglio.

Durante uno dei laboratori ho incontrato un ragazzo — lo chiamerò Paolo.
È nello spettro dell’autismo, molto chiuso. Non cerca il contatto, non dà confidenza facilmente.
È uno di quei ragazzi che osservano molto, ma restano sempre un passo indietro.
Quel giorno avevamo lavorato sulle emozioni.
A fine lezione, mentre stavamo sistemando, mi si è avvicinato.
Senza dire nulla, mi ha abbracciata.
Sono rimasta ferma, sorpresa.
Sapevo che per lui il contatto fisico non è qualcosa di naturale, anzi.
È stato un gesto semplice, ma completamente inaspettato.
E proprio per questo, fortissimo.
In quel momento ho capito che qualcosa era arrivato.
Osservi di più, ascolti davvero, cogli dettagli che prima ti sfuggivano.
Vedi come l’altro affronta una difficoltà, come trova una soluzione, come interpreta quello che gli proponi.
Ed è lì che cambia tutto.
Quando diventano autori
Una volta trovato il metodo, portarlo in altri contesti è stato naturale.
Persone diverse, età diverse — ma una costante: lo stupore.
I sorrisi quando vedono le loro fotografie.
La sorpresa di aver creato qualcosa.
E tu ti ritrovi dentro a quella gioia.
È difficile spiegarlo, ma è molto concreto: ti senti parte di qualcosa.
Forse è proprio questo il punto.
Nel momento in cui a queste persone viene data la possibilità di essere autori — e non solo soggetti — si apre uno spazio nuovo.
Si esce da uno stereotipo ancora molto presente: quello della persona con disabilità vista solo “dall’esterno”.
Attraverso la fotografia, invece, emerge uno sguardo.
Fatto di colori, geometrie, intuizioni.
Un modo di vedere il mondo che non è “diverso” in senso riduttivo, ma semplicemente altro.
E incredibilmente ricco.
Alla fine, forse, non sto insegnando fotografia.
Sto imparando, ogni volta, un modo nuovo di guardare.


