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Riflessioni…

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Il viaggio che ho fatto mesi fa in America mi ha aiutato a capire alcune cose e a vedere la realtà da un’altra prospettiva. La qualità della vita ha la sua importanza, dobbiamo cercare di lavorare ma senza dimenticarci che lo scopo è anche quello di crescere e migliorare costantemente come persone. Se lavoriamo e basta saremo magari dei grandi nel nostro lavoro, ma una volta chiusa la porta dell’ufficio cosa siamo? Dobbiamo portare avanti le due cose contemporaneamente, non siamo schiavi del lavoro, siamo persone prima di tutto, che hanno un lavoro. Il lavoro è parte della vita, non è la nostra vita. Sarebbe riduttivo pensare che la nostra vita sia il nostro lavoro. Siamo persone formate da tanti tasselli e dobbiamo cercare di dedicare a ciascun tassello la giusta importanza e il giusto spazio.
I primi giorni che ero là, incontrare per strada persone sconosciute che ti sorridono e ti salutano mi stupiva. E questo mi ha fatto riflettere: perchè lo fanno? ma poi la seconda domanda (che dobbiamo farci tutti) è: perchè noi NON lo facciamo? perchè abbiamo paura di esser presi per pazzi, maniaci, serial killer? o pensiamo che gli altri sono solo comparse nelle nostre vite che non meritano nemmeno un sorriso?
E’ bello vedere gente che alle 9 del mattino si dirige in ufficio con il suo bicchiere di cappuccino tra le mani, che cammina (e non corre travolgendo gli altri) e ha sul volto un sorriso. Lavorano anche gli americani, (e tanto), ma sanno anche godersi la vita, godono delle piccole cose: un caffè in compagnia, una chiaccherata al tavolino del bar…
Non so, sarà l’influenza dell’oceano che ha potere calmante sui nervi, ma credo che il “farsi belli” di aver lavorato 14 ore al giorno per consegnare un lavoro non sia l’aspettativa migliore della vita. Primo perchè ti sei perso una marea di piccole cose in quel giorno, secondo perchè nessuno ti darà la medaglia come “lavoratore dell’anno”, terzo perchè il cliente non capirà il tuo sforzo ma se ne lamenterà comunque, quarto e più importante è perchè non hai vissuto.

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Vai a fare una vita tua, inventala, è possibile, fallo!

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Il titolo di questo post è tratto dal libro Un mondo che non esiste più″ di Tiziano Terzani, in uscita il 30 settembre per Longanesi. Terzani era un giornalista, uno scrittore e fotografo che ha vissuto per trent’anni in Asia, documentando scene di guerra e rivoluzioni, ma soprattutto assorbendone la spiritualità e la profondità della vita. Un grande uomo che ha vissuto la sua vita intensamente, accanto ai suoi affetti, la moglie conosciuta a 17 anni e con cui ha vissuto sino alla fine quando il cancro lo ha portato via, e i suoi due figlie Folco e Askia. Il figlio ha raccolto le immagini e le parole del padre per realizzare questo libro postumo. In internet si trovano parecchi video con interviste a Terzani, da quelle di inizio carriera alle ultime, in cui lo vediamo con una barba lunga e bianca ma con ancora quegli occhi vispi e allegri che ha sempre avuto. Potrei ascoltarlo per ore ed ore, aveva una capacità di rapire l’attenzione e la curiosità di chi aveva davanti impressionante. Ci si perde nei suoi racconti di vita, nel suo entusiasmo nel parlare dell’Asia, si resta affascinati dal suo umorismo, dalla sua voglia di ridere, dalla sua poesia quando parla della natura.

Un uomo, un giornalista, uno scrittore, un fotografo incredibile che ha dovuto lavorare per un giornale tedesco perchè anche allora l’Italia non ha saputo tenersi uno dei suoi figli, ma lo ha allontanato perchè non è stata capace di coglierne il potenziale. Un errore troppo spesso ripetuto anche in tempi più recenti.

Ma non voglio entrare nella polemica, vi lascio con un’altra citazione di Terzani che dovrebbe essere fatta nostra:

“Una civiltà che non sorride è una civiltà infelice. Ridere è una cura, è parte della guardigione.” “…cominciare ridendo e finendo ridendo”

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