Monimix Photography Blog

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Corporate portraits

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Corporate portrait by Monica Monimix Antonelli

Parallelamente alla fotografia di moda, un altro genere fotografico che prediligo e di cui mi occupo è la ritrattistica. Di questo genere fotografico amo molto il rapporto che si crea con la persona che si pone davanti al mio obiettivo.Una sessione fotografica di ritratto non è solo porre una persona davanti ad un fondale e scattare qualche foto. C’è molto di più, c’è il dialogo tra le parti che crea quel ponte necessario per poter estrapolare un aspetto caratteriale da un’espressione, un significato da uno sguardo, una sfumatura da un gesto. E’ uno scambio reciproco di impressioni, il fotografo cercherà di mettere la persona a proprio agio, la persona cercherà di aprirsi o al contrario nel suo chiudersi, mostrerà un lato del suo carattere a chi guarderà la foto. Più ritraggo persone (e più la mania del selfie dilaga), più mi rendo conto che la mia iniziale voglia di mostrare la persona nel modo più reale possibile sia solo uno dei modi di approcciarsi a tale tipologia di fotografia. Quando ho iniziato ad occuparmi di fotografia cercavo in tutti i modi di andare alla radice della persona, la studiavo, ci parlavo moltissimo, cercavo di conoscerla in quel breve lasso di tempo. Con qualcuno ha anche funzionato, a detta loro si riconoscevano nel ritratto ed ero riuscita a cogliere la loro “essenza”. Ora, credo che più che la realtà, si ritragga ciò che la persona vuol mostrare di sé. Sia nel porsi nel modo più naturale sia nell’atteggiarsi a ciò che vorrebbe essere. Molte persone si sono abituate all’idea che con un’app per telefono si possa trasformare la realtà a nostro piacimento e spesso vedersi ritrarre da un occhio esterno, destabilizza, al punto di non riconoscersi.

Credo che sia tutto un equilibrio, tutto è reale e tutto è finzione

Solo chi è ritratto sa cosa vuol mostrare e se vi riesce. Per me resta una bella sfida, oggi più che mai, mi incuriosisce e mi appassiona cercare di capire l’approccio a tale mezzo di comunicazione e  la differenza tra il modo di vedersi e ciò che io vedo.

E’ un argomento vastissimo e un tema molto complicato, che sicuramente nei prossimi mesi svilupperò e studierò ulteriormente. Lo spunto di questa riflessione nasce da un lavoro che ho svolto nei mesi scorsi quando  ho ricevuto una richiesta da un’azienda di Treviglio (Bg), la Qcom, nel settore delle telecomunicazioni per ritrarre i propri dipendenti. In una giornata e mezza ho ritratto 73 persone: ognuno di loro mi ha regalato qualcosa di sé attraverso uno scambio di battute, un sorriso timido, o al contrario aperto e spontaneo, il mostrare le proprie insicurezze per essere compreso e tranquillizzato . Una full immersion totale nel genere umano, un’esperienza molto forte sia dal punto di vista umano che professionale.

Per vedere una selezione dei ritratti realizzati potete visitare la pagina ad essi dedicata, sul mio sito

Written by Monimix

gennaio 16th, 2017 at 6:36 pm

Moda e ritratto: la mia esperienza sul campo

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curriculum monica antonelli

Da dieci anni opero nel campo della fotografia, come fotografa professionista. Al giorno d’oggi si parla tanto dei fotografi, perché la moda del selfie e degli smartphone sempre connessi ci ha buttati nella mischia con altri milioni di utenti che scattano foto ad ogni ora del giorno, ma spesso, da esterni, non si sa realmente di cosa si occupa un fotografo. Come ogni mestiere, anche quello del fotografo è fatto di tanto lavoro, ricerca, aggiornamento continuo, studio, collaborazioni, fatica e pazienza. Questi aspetti negli ultimi anni sembrano esser stati offuscati da aspetti più frivoli come l’apparire e il divertimento, aspetti che agli occhi della gente fanno pensare che il fotografo si diverta e basta e che sia un lavoro molto facile. Per quanto ci siano lavori ben più duri, non va dimenticato che anche questo è un lavoro e se lo si vuol fare bene e da professionista ha molte più difficoltà di quanto possa sembrare. Cosa c’è dietro ad un’immagine finale? Cosa si fa realmente per arrivare a quel risultato? Comincio dalla mia esperienza, giusta o sbagliata che sia, uguale e diversa da tutti gli altri colleghi, ma parto dalla mia storia perché è quella che ho vissuto..

Parte 01 – Di cosa mi occupo

Opero principalmente nei settori della moda e del ritratto, andando alla ricerca della valorizzazione del marchio, nel primo caso, e della persona nel secondo, prediligendo un certo minimalismo formale e un impatto emozionale dello scatto, il tutto condito da cura del particolare, puntualità nel rispettare i tempi previsti e grande entusiasmo nell’affrontare il lavoro di squadra. Moda e ritratto sono due ambiti distinti, ma che possono contaminarsi l’un l’altro creando immagini molto forti. Mi piace contaminare le immagini di moda con l’intensità dei ritratti, uno sguardo profondo della modella può creare un’immagine moda più d’impatto, capace di catturare l’attenzione dell’osservatore. La fotografia di moda è fatta di tanti elementi e tante persone sul set, il ritratto può essere molto intimo coinvolgendo solo la persona ritratta e il fotografo sul set, ma entrambe veicolano un messaggio, fanno parte di un linguaggio di comunicazione incredibile. La moda può essere colore, dinamicità, l’abito come protagonista e la modella che sapientemente ne diventa l’interprete rimanendo coprotagonista dell’immagine in un perfetto equilibrio con l’abito. Il ritratto può essere intimo, silenzioso o urlato, può essere intenso o distaccato. La cosa fondamentale è raccontare attraverso le immagini un concetto, una storia, per far in modo che non siano immagini sterili, ma rappresentino un’idea. Read the rest of this entry »

Written by Monimix

gennaio 12th, 2017 at 11:29 am

Nuovi progetti e una scadenza

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Una settimana fa ho scritto il post “Un anno davanti” e ci son state varie reazioni. Alcuni amici mi hanno scritto un po’ scioccati dalla mia decisione, altri mi hanno – in poche parole – detto di smetterla di lamentarmi che non piace a nessuno e mi remo contro, ma anzi di stringere i denti, altri ancora mi hanno strappato un sorriso facendomi sentire il loro appoggio. Che a nessuno piaccia la gente che si lamenta, l’ho scritto direttamente nel post, ma infatti l’intento non era certo quello e se qualcuno l’ha letto sotto quella veste, mi spiace, ma non ha centrato il punto. Fa sorridere che ci si ripeta che a nessuno piaccia il lamento, ma si vuol sentire l’ottimismo, quando poi noti che nei social network, i post più commentati e più discussi sono proprio quelli delle lamentele, e non di certo quelli in cui si porta un messaggio positivo. Ma a parte questa osservazione puntigliosa e pruriginosa, torniamo al succo del discorso. Perché ho scritto quel post se non per lamentarmi? Perché quando si mette per iscritto un pensiero di punto in bianco diventa reale, così come quando folgorati da un’idea che ci sembra eccezionale ne parliamo con qualcuno e puff (a volte) diventa una grandissima stronzata. Avevo (ho) bisogno di un obiettivo, una scadenza, un impegno reale, ecco perché l’idea di scriverlo pubblicamente. Perché quando si scrive per conto proprio siamo sempre in tempo a stracciare quel post it e nessuno può dir nulla. In questo caso l’averlo reso pubblico non era per farmi compatire, lungi da me, anche perché se c’è una cosa che non tollero è il compatimento, perché non serve e mi fa solo incazzare. Non era mia intenzione usare il post per raccogliere consensi sulla qualità del mio lavoro, o farmi dire “No, non smettere, sei troppo brava…” “Uhhh se smetti poi come facciamo senza le tue fotografie…” e cose così. Beh, che il mondo fotografico vada avanti anche se di me, non son certo io a doverlo sottolineare, no? Ma soprattutto vorrei puntualizzare che NON ho detto che:

  1. se dovessi smettere di fare la fotografa di mestiere, non scatterò più una fotografia in vita mia. Per me la fotografia è un’avventura, una scoperta, un modo di vedere la realtà. Se cambio lavoro, non vuol dire che non potrò più vedere il mondo attraverso un mirino. Solo avrò un’altra fonte di sostentamento.
  2. sicuramente smetterò di fare la fotografa perché il mondo è brutto e cattivo e io mi sento una vittima. Tutt’altro. Mi son rotta le palle, è ben diverso! Specifico: mi son rotta le palle, non della fotografia, ma di certe persone, e di certi atteggiamenti. E se questa sensazione continuerà o aumenterà, cercherò per il mio bene, di cambiare strada, non per viltà, ma perché non sono una martire e se dovessi rendermi conto che le giornate in cui son scazzata/incazzata/annoiata saranno più di quelle in cui sarò positiva, ecco, quello sarà il momento di intraprendere un’altra strada. Lo so che non sono tutti brutti e cattivi, che il supercafone esiste in ogni mestiere, e che ogni lavoro ha le sue rogne, ma in questo momento, io ho questo lavoro e incontro queste persone quotidianamente e le persone positive che ho incontrato (e sono tante eh!), spesso non sono quelle che direttamente mettono mano al portafogli, e in questo momento quello non è un aspetto secondario.
  3. sono vecchia e decrepita, depressa e pessimista. Ho solo detto che ho 35 anni, tra tre giorni, e sono ad un punto della mia vita in cui sento il bisogno di avere di più a livello umano e anche dal punto di vista professionale. Non ho smesso di credere in ciò che faccio, anzi! Non sono mai stata così convinta delle mie scelte, anche se forse può sembrare il contrario.

Il fatto di aver preso questa decisione mi ha dato una sferzata di energia incredibile, anziché arrendermi, come forse qualcuno crede, voglio impiegare quest’anno per fare tutto quello che voglio fare, senza perdere tempo in cose che non mi interessano o che non mi servono. Mi sento più libera di dire ciò che realmente penso, cosa che deriva sempre dal fatto di pensare che non ho niente da perdere, quindi posso prendermi delle libertà che prima per assurdo mi auto censuravo per timore di fare o dire la cosa sbagliata e di rovinarmi la faccia. Ma tanto anche se ti fai il mazzo per cercare di fare sempre la cosa giusta, non è garanzia di riuscita certa, quindi devo imparare a fregarmene di più, o meglio, pensare un po’ meno e agire di più. Dopo aver fatto (spero!) un po’ di chiarezza sul senso del mio post posso dire che il solo fatto di averlo scritto mi ha aiutata a fare tantissimo in questa settimana. Mi son molto allontanata dalle distrazioni (leggasi facebook), mi scuso con chi mi ha scritto e a cui non ho ancora risposto. Sono completamente immersa nel fare, e non ho voglia di distrarmi, voglio restare concentrata. Ho prodotto moltissimo materiale. Ho ripreso in mano un progetto scattato mesi fa e che non avevo ancora preparato, un progetto molto diverso dal mio solito, ma che mentre lo faccio mi dona una pace e una serenità che era da tempo che non provavo. Si basa su una visione astratta e minimalista della realtà, non vi sono persone ritratte (stranamente!), ma i soggetti sono estratti della realtà quotidiana, in particolare, muri della città. Avevo pubblicato un paio di immagini, tempo fa, e ricordo che alcuni si erano stupiti del cambio radicale di soggetto, ma li avevano apprezzati. Per me è un ritorno alle origini, già ai tempi del liceo ero solita passare il tempo a disegnare immagini astratte su fogli di carta volanti, mentre ascoltavo una lezione, o nei tempi morti dello studio. Ci passavo ore immersa in quelle righe irregolari, a riempire spazi in modo apparentemente casuali, ma che ai miei occhi avevano un ordine preciso e armonico. Al posto dell’inchiostro, ora c’è la fotocamera, attraverso cui osservo colori, linee, composizioni e ne estraggo una composizione. Per una volta lo faccio per me, senza preoccuparmi del giudizio della gente. Non mi importa se piacerà, oppure no. Io ne sono pienamente convinta, perché se ne traggo beneficio ho già ottenuto parte di ciò che volevo. Il prossimo passo sarà decidere come procedere con questo progetto di lunghissimo corso, voglio capire come farlo crescere, pubblicizzarlo per vedere che riscontro avrà, sono pronta a ricevere palate sui denti, critiche e rifiuti. Perché se c’è una cosa che ho capito è che io ci credo fino in fondo e non importa quanto dovrò faticare per farlo accettare, ma ci riuscirò perché questa sono io e quello che amo fare. Mi son presa queste due settimane per dedicarmi totalmente a questo progetto, per aver un po’ di materiale da mostrare, e devo dire che ne son soddisfatta: sono già circa 80 immagini. Come punto di partenza direi che non è male. Tanto ho ancora da fare, ma sono ben felice di dedicarmici. Oltre a questo progetto dovrò partire con un altro ben più concreto come tema, dedicato al ritratto e alle storie delle persone che incontrerò. Voglio dar voce ai loro pensieri. Ci sono alcune “difficoltà” tecniche da superare, come per esempio trovare uno studio da poter utilizzare ripetutamente, ma che non costi una follia visto che sarò io a pagarlo ogni volta. Voglio registrare dei piccoli video oltre a realizzare fotografie, e quindi avrò bisogno anche di un microfono, e mi sto informando sul modello migliore che possa essere un ottimo compromesso qualità/prezzo. Contemporaneamente sto pensando alle persone con cui cominciare questa nuova avventura, vorrei volti interessanti, ma al tempo stesso persone  disposte a condividere qualcosa di loro stesse, con una loro storia da raccontare. Tanto bolle in pentola, un anno passa in fretta e io non voglio arrivare alla scadenza, impreparata. Sono comunque una precisina sempre e comunque rompipalle, no?! 😉

Written by Monimix

novembre 12th, 2014 at 10:10 am

Un anno davanti

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Tra 11 giorni compio 35 anni. Di una cosa sola sono felice, di aver coltivato alcuni rapporti umani veri, quella sì è la mia gioia. Ma se allargo l’orizzonte, e guardo la sfera lavorativa mi rendo conto di non aver combinato granché nella mia vita. Son ancora qui a fare un lavoro che per quanto ami, non mi restituisce abbastanza in termini economici, se non le incazzature, ormai sempre più trasformate in desolazione, nel constatare che non si può combattere tutti i giorni con l’abusivo di turno, il collega scorretto, il cliente che guarda al centesimo e lo stato che ti porta via tutto. Son veramente stanca. Ti dicono di non scendere al compromesso, di non abbassare le tue tariffe e svenderti. Vero, ma a fine mese, quando hai infilato una sfilza di no, o come sempre più spesso capita, di non ricevere nemmeno una risposta alla presentazione di un preventivo, come paghi le spese? Non bisogna svendersi, vero! Ma la forza che serve ad opporsi è davvero tanta. E a volte senti che sei stanca di continuare ad opporti. E vai avanti così, tieni duro, ti ripeti che se tieni duro ce la farai, che le cose si sistemeranno. Che bisogna avere pazienza. Ma in certi giorni, l’ottimismo è stanco e rimane sotto le coperte, mentre tu sei da sola a tener testa a tutto, e allora lì senti davvero le forze scricchiolare.

Senti la rabbia crescere quando la gente non risponde, la maleducazione dilagante, per te che sei sempre stata molto educata, è insopportabile. Un no posso accettarlo, una non risposta no. Mi fa solo incazzare. Li chiami al telefono e non rispondono. Riscrivi l’email e spariscono. Siamo ormai costretti in monologhi senza senso.

Lavori che saltano come trapezisti nel circo lavorativo. Alcuni vengono rimandati per poi scomparire nel buio. Altri vengono fatti da qualcuno che ha saputo svendersi meglio di te. E tu osservi e ti ripeti che ne arriverà un altro. Che se questo è andato così è perché non ci sarebbe stato modo di farlo con le tariffe corrette. Ma dopo una serie di situazioni simili, ciò che non sopporti più è il fatto di esser scartata per una questione di numeri, non di qualità offerta, e lì non puoi farci nulla, perché lavorare gratis (o quasi) lo fanno in troppi e non è la strada che porta da qualche parte.

Ora capisco perché anni fa qualcuno aveva detto che fare il fotografo è un lavoro per gente che sta bene economicamente. Certo, perché se lo fai per pagarti la pagnotta, rischi di morire di stenti.

Quando arriva un traguardo come il compleanno, inizi a fare delle considerazioni. Passi in rassegna tutto quello che hai fatto nell’ultimo anno e con amarezza ti rendi conto di non aver mai fatto abbastanza. Ti incolpi per questo. Cerchi di spronarti a fare ancora di più. Bisogna continuare a cercare. A contattare gente. A proporsi. A mostrarsi positivi perché alla gente piace l’ottimismo, ma soprattutto non piace la gente che si lamenta. Rimetti in discussione il tuo modo di proporti, cambi approccio ogni volta per vedere se cambiando qualcosa la situazione cambierà. Ma non succede. Ti dici che devi accettare anche lavori che non avresti mai voluto fare. Ti dicono di cercare nuove nicchie, di fare ciò che davvero ti piace e che facendolo troverai il tuo mercato. Io fino ad ora, l’unico mercato che ho trovato è quello dei maroni scartavetrati.

Tra pochi giorni compierò 35 anni. Sono in quella fascia d’età in cui ti senti giovane, ma con un macigno sulle spalle manco avessi 80 anni. Ci sono alcuni giorni in cui mi sento un po’ allo sbando. Giorni in cui non so più cosa fare, dopo averne tentate tante. Giorni in cui ti viene da stare immobile, perché non sai più in che direzione andare e nel dubbio fai l’unica scelta sbagliata, quella di restare fermo. E allora mi sprono, mi incazzo con me stessa perché non ho fatto di più, perché magari non ho colto certe occasioni. Ma poi alla fine mi dico che è assurdo continuare a ripetere le stesse cose, perché non porteranno a risultati diversi.

Dovrei forse darmi una scadenza, un ultimatum entro cui vedere di combinare qualcosa oppure di scegliere di cambiare totalmente rotta. Con la tristezza nel cuore, ovviamente. Ma non ha nemmeno senso che porti avanti un lavoro che non mi sostiene abbastanza. Come disse Joe Bastianich in una puntata di Masterchef: “Se la cucina, non ti fa guadagnare abbastanza, non è un lavoro, ma un hobby”

Potrei fare che al mio 36° compleanno dovrò prendere una decisione. Un anno davanti a me per cambiare le cose o per chiudere quest’esperienza e a decidere cos’altro fare della mia vita. Spesso avere una scadenza fa muovere il culo ben più velocemente e proficuamente che non avendola. Un mio professore del liceo aveva l’abitudine (un po’ macabra, diciamolo) di ripeterci: “Forza e coraggio, che la vita è di passaggio”. Tendiamo sempre a pensare che il domani ci sia dovuto e tendiamo a rimandare a domani ogni cosa. Beh, forse pensare di avere un anno, potrà essere lo sprono necessario per capire e agire. Vedremo cosa riuscirò a combinare. E’ la prima volta che lo scrivo. Mi fa una certa impressione e anche un po’ paura, perché una volta scritta, l’idea diventa reale e ti senti messa sotto esame se dovessi mai decidere di cambiare idea. Ma ci voglio provare, un po’ come i progetti 365 (una foto al giorno per un anno), ma qui c’è ben più in gioco che il non riuscire a completare la serie fotografica. Ma la scossa è necessaria.

Sicuramente da un lato continuerò a pubblicizzarmi, a contattare possibili clienti, dall’altro voglio realizzare un progetto che mi è balenato alla mente un giorno, improvvisamente. Ora avrà ancora più significato. Dovrò solo darmi una mossa per renderlo reale.

Written by Monimix

novembre 4th, 2014 at 11:56 am

Sbassamutande e Photographer: che coppia!

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Al giorno d’oggi, epoca di social network, si evidenziano varie tipologie di persone. Prima dell’arrivo della tecnologia una persona entrava in contatto con un numero limitato di persone e anche gli “animali delle feste” quelli che “conosco tizio” “conosco Caio” erano dei principianti rispetto agli animali  da social, dove come minimo, se non vuoi esser considerato uno sfigatello o un asociale devi avere 3000 “amici” tra i tuoi fedelissimi altrimenti sei out (mi raccomando buttate sempre nei vostri discorsi qualche parolina English style che fa fiko).

Tempo fa avevo scritto un post dedicato alla categoria delle sbassamutande, categoria ruspante e molto attiva nei social. Per riconoscerle è facile, basta guardare nelle loro foto profilo: la maggior parte saranno in una cascina (o fabbrica abbandonata), possibilmente in mutande. Gli unici abiti consentiti sono maglie da usare giusto per coprirsi una piccola porzione di pelle convinti che il vedo non vedo funziona sempre parecchio e quindi via, tira fuori la spalla, abbassa il mento e vai con lo sguardo da panterona ammiccante.

Queste ragazze vogliono apparire e hanno capito che se stanno vestite, con un trucco leggero e posano in maniera pulita non otterrebbero abbastanza like per bullarsi e farsi invidiare dalle altre sbassamutande, convinte che il riuscire a farsi fotografare da chiunque passi per strada, in maniera ignobile sia più importante che preservare la propria dignità.

Accanto alle sbassamutande (che fanno folklore, diciamolo, senza di loro probabilmente Facebook non sarebbe ugualmente vivace) ci sono i  photographer. Vastissima categoria, molto spesso citata anche da Benedusi. Chi sono i photographer? Se dovessi spiegarlo a mia nonna (pace all’anima sua che si è persa tutto questo!)  direi che il photograher è chi: ha un lavoro da dipendente che usa i soldi di due o tre mensilità all’incirca per comprarsi una reflex digitale. Mia nonna, a questo punto, spalancando gli occhi mi chiederebbe: “Per fa cus’è?! [traduzione dal dialetto cremasco: “Per farci cosa?”] Bella domanda nonna, bella domanda!

Una volta avrebbero comprato una macchinetta fotografica economica per far le foto ricordo, foto fatte in vacanza soprattutto, ma per quelli proprio appassionati, anche le foto durante le altre stagioni, giusto per documentare alcuni eventi per loro significativi. Oggi no, la reflex si compra perché si vogliono fotografare le gnocche nella fabbrica abbandonata circondati da immondizia, vetri rotti e ferri vecchi. E quindi via, di gnocca. Probabilmente noi non lo sappiamo, ma ci deve essere un qualche concorso segreto per chi ne scatta di più, perché ragazzi, è un’invasione!

Il photographer sa tutto del libretto delle istruzioni della reflex, se tu gli parli di interpretazione lui ti risponde con un f di qua e un iso di là. Mia nonna lo avrebbe ripreso dicendo: “Se ti dico mele è inutile che mi rispondi pere!”

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Written by Monimix

febbraio 19th, 2014 at 3:56 pm

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