Monimix Photography Blog

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Un anno davanti

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Tra 11 giorni compio 35 anni. Di una cosa sola sono felice, di aver coltivato alcuni rapporti umani veri, quella sì è la mia gioia. Ma se allargo l’orizzonte, e guardo la sfera lavorativa mi rendo conto di non aver combinato granché nella mia vita. Son ancora qui a fare un lavoro che per quanto ami, non mi restituisce abbastanza in termini economici, se non le incazzature, ormai sempre più trasformate in desolazione, nel constatare che non si può combattere tutti i giorni con l’abusivo di turno, il collega scorretto, il cliente che guarda al centesimo e lo stato che ti porta via tutto. Son veramente stanca. Ti dicono di non scendere al compromesso, di non abbassare le tue tariffe e svenderti. Vero, ma a fine mese, quando hai infilato una sfilza di no, o come sempre più spesso capita, di non ricevere nemmeno una risposta alla presentazione di un preventivo, come paghi le spese? Non bisogna svendersi, vero! Ma la forza che serve ad opporsi è davvero tanta. E a volte senti che sei stanca di continuare ad opporti. E vai avanti così, tieni duro, ti ripeti che se tieni duro ce la farai, che le cose si sistemeranno. Che bisogna avere pazienza. Ma in certi giorni, l’ottimismo è stanco e rimane sotto le coperte, mentre tu sei da sola a tener testa a tutto, e allora lì senti davvero le forze scricchiolare.

Senti la rabbia crescere quando la gente non risponde, la maleducazione dilagante, per te che sei sempre stata molto educata, è insopportabile. Un no posso accettarlo, una non risposta no. Mi fa solo incazzare. Li chiami al telefono e non rispondono. Riscrivi l’email e spariscono. Siamo ormai costretti in monologhi senza senso.

Lavori che saltano come trapezisti nel circo lavorativo. Alcuni vengono rimandati per poi scomparire nel buio. Altri vengono fatti da qualcuno che ha saputo svendersi meglio di te. E tu osservi e ti ripeti che ne arriverà un altro. Che se questo è andato così è perché non ci sarebbe stato modo di farlo con le tariffe corrette. Ma dopo una serie di situazioni simili, ciò che non sopporti più è il fatto di esser scartata per una questione di numeri, non di qualità offerta, e lì non puoi farci nulla, perché lavorare gratis (o quasi) lo fanno in troppi e non è la strada che porta da qualche parte.

Ora capisco perché anni fa qualcuno aveva detto che fare il fotografo è un lavoro per gente che sta bene economicamente. Certo, perché se lo fai per pagarti la pagnotta, rischi di morire di stenti.

Quando arriva un traguardo come il compleanno, inizi a fare delle considerazioni. Passi in rassegna tutto quello che hai fatto nell’ultimo anno e con amarezza ti rendi conto di non aver mai fatto abbastanza. Ti incolpi per questo. Cerchi di spronarti a fare ancora di più. Bisogna continuare a cercare. A contattare gente. A proporsi. A mostrarsi positivi perché alla gente piace l’ottimismo, ma soprattutto non piace la gente che si lamenta. Rimetti in discussione il tuo modo di proporti, cambi approccio ogni volta per vedere se cambiando qualcosa la situazione cambierà. Ma non succede. Ti dici che devi accettare anche lavori che non avresti mai voluto fare. Ti dicono di cercare nuove nicchie, di fare ciò che davvero ti piace e che facendolo troverai il tuo mercato. Io fino ad ora, l’unico mercato che ho trovato è quello dei maroni scartavetrati.

Tra pochi giorni compierò 35 anni. Sono in quella fascia d’età in cui ti senti giovane, ma con un macigno sulle spalle manco avessi 80 anni. Ci sono alcuni giorni in cui mi sento un po’ allo sbando. Giorni in cui non so più cosa fare, dopo averne tentate tante. Giorni in cui ti viene da stare immobile, perché non sai più in che direzione andare e nel dubbio fai l’unica scelta sbagliata, quella di restare fermo. E allora mi sprono, mi incazzo con me stessa perché non ho fatto di più, perché magari non ho colto certe occasioni. Ma poi alla fine mi dico che è assurdo continuare a ripetere le stesse cose, perché non porteranno a risultati diversi.

Dovrei forse darmi una scadenza, un ultimatum entro cui vedere di combinare qualcosa oppure di scegliere di cambiare totalmente rotta. Con la tristezza nel cuore, ovviamente. Ma non ha nemmeno senso che porti avanti un lavoro che non mi sostiene abbastanza. Come disse Joe Bastianich in una puntata di Masterchef: “Se la cucina, non ti fa guadagnare abbastanza, non è un lavoro, ma un hobby”

Potrei fare che al mio 36° compleanno dovrò prendere una decisione. Un anno davanti a me per cambiare le cose o per chiudere quest’esperienza e a decidere cos’altro fare della mia vita. Spesso avere una scadenza fa muovere il culo ben più velocemente e proficuamente che non avendola. Un mio professore del liceo aveva l’abitudine (un po’ macabra, diciamolo) di ripeterci: “Forza e coraggio, che la vita è di passaggio”. Tendiamo sempre a pensare che il domani ci sia dovuto e tendiamo a rimandare a domani ogni cosa. Beh, forse pensare di avere un anno, potrà essere lo sprono necessario per capire e agire. Vedremo cosa riuscirò a combinare. E’ la prima volta che lo scrivo. Mi fa una certa impressione e anche un po’ paura, perché una volta scritta, l’idea diventa reale e ti senti messa sotto esame se dovessi mai decidere di cambiare idea. Ma ci voglio provare, un po’ come i progetti 365 (una foto al giorno per un anno), ma qui c’è ben più in gioco che il non riuscire a completare la serie fotografica. Ma la scossa è necessaria.

Sicuramente da un lato continuerò a pubblicizzarmi, a contattare possibili clienti, dall’altro voglio realizzare un progetto che mi è balenato alla mente un giorno, improvvisamente. Ora avrà ancora più significato. Dovrò solo darmi una mossa per renderlo reale.

Written by Monimix

novembre 4th, 2014 at 11:56 am

Les 400 coups | François Truffaut

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All’inizio di questo nuovo anno ho pensato a quante cose mi piacerebbe riuscire a fare che non ho mai fatto, molte di queste sono meno fattibili nell’immediato (tipo nuotare con i delfini), altre ben più facili da realizzare. Tra queste c’è il proposito di voler vedere tutti quei film che non ho mai visto, che ho accantonato a data da destinarsi per mancanza di tempo o alle volte, voglia. Ora invece è il momento di ricominciare a nutrirmi di bei film, di quel cinema che tanto ho amato fino a un po’ di anni fa, ma che ho lentamente ma brutalmente sostituito con le serie tv (tempi più rapidi, durata degli episodi più fruibile alla sera con la stanchezza della giornata…).

E così, una settimana fa, ho iniziato il mio nuovo progetto con un film del 1959 di François Truffaut: “Les 400 coups”,  in italiano “I 400 colpi”,  che è la traduzione letterale del titolo del film in lingua francese, ma che fa perdere il senso della forma francese, che si riferisce all’espressione faire les quatre cents coups, (“fare il diavolo a quattro”), che fin dal titolo dà il senso del film. Leggendo il titolo italiano, tutto ti viene in mente (in primis “100 colpi di spazzola”), tranne che fare il diavolo a quattro.

Ammetto la mia ignoranza assoluta su Truffaut, ma voglio recuperare questa lacuna e vedere anche altri suoi film. Da neofiti, sicuramente come prima cosa si apprezza subito lo splendido bianco e nero della pellicola e per un’amante come me del bianco e nero non posso che amare fin dalle primissime immagini, un film come questo. Ottima fotografia, e grande interpretazione del protagonista (il giovane attore Jean-Pierre Léaud): un ragazzino di 12 anni (Antoine Doinel) molto irrequieto, ma man mano che il film scorre viene mostrato il rapporto con i genitori, soprattutto quello con la madre, e ben si capisce da dove provenga questo suo modo di comportarsi. La storia è ambientata a Parigi alla fine degli anni ’50, Antoine mostra tutte quelle irrequietezze tipiche della fase della vita che la maggior parte di noi ha vissuto nell’adolescenza. Sua madre non perde occasione per fargli capire che non è stato voluto, non ha gesti affettuosi nei suoi confronti, né attenzioni di alcun tipo, tranne nel momento in cui lo deve sgridare. Il patrigno è molto assente, di certo non compensa le mancanze affettive del ragazzo. In casa, Antoine non ha un suo spazio, dimostrato anche dal fatto che non ha nemmeno una sua stanza, ma è costretto a dormire in un letto posticcio posto nell’ingresso dell’abitazione. Non voglio spoilerare la fine, a chi non ha ancora visto il film, quindi se non volete sapere, non leggete da qui in poi. La scena finale è bellissima, questa lunga corsa a perdifiato verso il mare è finalmente liberatoria, tu spettatore corri accanto ad Antoine, anche tu ti senti più leggero, e partecipi a quel miscuglio di stati animi che sta vivendo.

Oltre al rapporto disastrato con la famiglia, un altro rapporto è messo in evidenza, l’amicizia di Antoine con Renè. Una di quelle amicizie forti, indistruttibili, su cui puoi sempre contare e che ti salvano dal cadere nel baratro della solitudine. Renè si dimostra l’unico che realmente ascolta, capisce ed aiuta Antoine. Compagno di marachelle, e del marinare la scuola, è l’unico che lo accoglie in casa sua quando Antoine scappa da casa.

Per chi vuol passare una bella serata all’insegna della qualità e dello spessore dei film del passato e per chi vuol attingere spunti fotografici ed estetici, sicuramente è un ottimo film da vedere.

les 400 coups

Written by Monimix

gennaio 15th, 2014 at 4:55 pm

Quando si dice il potere di una fotografia!

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Alcuni giorni fa sono incappata in questa raccolta di 30 immagini scelti tra quelle più potenti al mondo (ce ne saranno moltissime altre, ma secondo l’autore questa è una selezione). Vi sono inclusi scatti che fanno indignare (non so a voi, ma a me, vedere il piccolo gipsy che fuma una sigaretta a 5 anni, e pure con le movenze di un adulto il che fa pensare che non è certo la prima, fa indignare non poco):

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Written by Monimix

novembre 16th, 2013 at 10:16 am

Nuovi ritratti

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Sul finire dell’estate, la voglia dei caldi colori autunnali mi prende all’improvviso, da qui nasce l’idea di post produrre alcuni scatti presenti in archivio con toni che richiamano il verde, il marrone, il giallo. Nasce così questa serie di ritratti scattati tempo fa, e rivalutati oggi in una nuova veste che vagamente richiama le atmosfere di vecchi quadri ad olio.

Ritratti stranamente a colori dopo tanti scatti in bianco e nero, se volete vedere le serie complete potete vedere qui (quella a colori) e qui (quella in bianco e nero)

Written by Monimix

settembre 24th, 2013 at 10:23 am

Lotta contro la violenza sulle donne: campagne sprecate per vendere e basta.

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Quando si passano molte ore nelle sale d’attesa si ha modo di osservare un sacco di cose, le persone intorno a noi prima di tutto, l’andirivieni continuo, le viste dalle varie finestre e i giornali sparpagliati sui tavolini.Tra quotidiani e giornali di viaggi con mete favolose, ecco spuntare i femminili: gossip a gogò, consigli moda dei saccenti fashion qualcosa (stylist, blogger, giornalisti, esperti!…), articoli su come vincere la guerra contro la buccia d’arancia (guerra che si ripete ad ogni parvenza d’estate, per poi dimenticarsene immancabilmente alla prima foglia che casca in autunno, dove l’unica vittoria è quella di fare soldi delle tante case cosmetiche che cercano di venderti la loro crema miracolosa, salvo poi leggere in quelle microscopiche letterine che una sana alimentazione accompagnata alla costante attività fisica possono aiutarti dove le tanto fantastiche creme non funzionano!), decine di pagine di pubblicità  e tra queste ti imbatti in questa:

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Questa immagine è realizzata da un brand, (di cui mi guardo bene di citare il nome per evitare di alimentare la sua visibilità), di abbigliamento femminile per diffondere il messaggio di lotta contro la violenza sulle donne.

Ora, guardando questa immagine chi non pensa immediatamente a questo messaggio? Su ragazzi, è palese no? La Tatangelo lì in primo piano, capello bagnato, camicia aperta, trucco da sabato sera, lacrima alla pierrot sotto l’occhio, sguardo vago, ma soprattutto coroncina da principessa in testa, non vi fanno associare immediatamente l’immagine al tema citato? D’accordo, ho capito, avete qualche lacuna, ma sarà subito colmata spostando leggermente lo sguardo sulla vostra sinistra, dove lì in secondo piano compare un uomo con una mano davanti con la scritta “Basta” sguardo vago anche lui e un po’ abbacchiato. Dai non potete non capire il messaggio a questo punto, no?Guardando i loro sguardi la prima cosa che mi viene in mente è che sul set stessero ascoltando le canzoni del marito della testimonial, perchè davvero non riesco nemmeno a pensare che quegli sguardi siano l’interpretazione della forza e della drammaticità del messaggio da veicolare.

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Written by Monimix

settembre 23rd, 2013 at 4:14 pm

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