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Quattro chiacchiere con Francesca Cortevesio

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Quando scelgo una modella per i miei scatti vado sempre alla ricerca di “quel qualcosa in più″ che rende viva l’immagine, cerco una persona prima di tutto, con i suoi pregi e i suoi difetti, le sue emozioni, le sue idee: una persona prima ancora che una modella.  Questa continua ricerca mi ha fatto incontrare una persona eccezionale, l’avrete vista mille volte nei miei scatti, perchè la adoro. Lei è Francesca Cortevesio (www.francescacortevesio.eu).

Ha iniziato quasi per caso, lei dice per il suo taglio (e colore) particolare di capelli, ma se la incontri quello diventa un dettaglio secondario, perchè resti catturato dai suoi occhi e dalla sua personalità. In pochi anni è riuscita a scattare con fotografi di altissimo livello del panorama italiano, pur rimanendo se stessa, senza scendere a compromessi e a vivere la fotografia come una passione che va al di là del lavoro. Passione in continua crescita che la vede iniziare a muovere i primi passi anche dietro l’obiettivo in una serie di autoscatti molto forti.

Le ho fatto alcune domande per farla conoscere a chi ancora non ha avuto l’occasione di incontrarla e per far arrivare un messaggio anche alle altre ragazze che hanno intrapreso, o sono intenzionate a farlo, la vita della modella.
Non basta essere belle, avere un bel fisico e un bel visino, serve personalità, espressività e la capacità di interpretare ogni volta ruoli diversi. La modella deve essere un’attrice, non un manichino.

1. Prima di tutto, una domanda di rito per chi ancora non ti conosce: ci racconti brevemente chi sei e come hai iniziato a far questo lavoro?
Francesca Cortevesio, per gli amici Checchina, ho 26 anni e AMO quello che faccio. Sono una fotomodella che ha iniziato questo percorso un po’ per caso, senza cercarlo, come succede invece forse per la maggior parte delle ragazze che decidono di intraprenderlo. Ebbene sì, i miei capelli hanno fatto la loro grande parte nell’aprirmi questa porta dietro cui ho trovato un sacco di sorprese e soddisfazioni. Poi, come si dice, una cosa tira l’altra e da hair model mi sono “evoluta”, sono uscita dal mio guscio di timidezza e riservatezza e sono sbocciata o come preferisco dire sono NATA.

2. Quando hai capito che posare come modella sarebbe diventato anche un lavoro? Cosa, o chi, ti ha convinta a farlo?
L’ho capito quando sono stata per la prima volta davanti ad una macchina fotografica di un professionista, Max Tomasinelli. Non sapevo ancora se e come ce l’avrei fatta ma sentivo che era la mia strada, era quella che volevo seguire perché mi dava QUEL brivido che non avevo mai provato. L’ho capito quando uscivo le prime volte dagli studi fotografici ed ero felice, quando riguardavo le foto e sorridevo. Nessuno di preciso mi ha convinto a fare questo lavoro e preciso che non amo chiamarlo così perché per me è davvero una passione e mi sembra di sminuire il suo valore riducendolo ad un puro “lavoro”. Posso comunque dire che tutta la mia famiglia, in primis mia madre, mi ha sempre appoggiata e mi ha aiutata a superare i momenti difficili e le batoste che facevo fatica a lasciarmi dietro all’inizio e che a volte mi buttavano giù. Mi sono spesso sentita dire che non ce l’avrei mai fatta perché ero troppo bassa o perché ero già troppo grande (ho cominciato a 24 anni) o per altri mille motivi. Quando non hai esperienza tendi ad ascoltare le persone che per te sono “professioniste” e ti dici “caspita non ce la farò, non sono in grado, sono sbagliata”, ma col tempo prendi coscienza di chi sei e di come sei, di cos’hai dentro e di cosa gli altri vedono in te. Per me è stato così e non ho gettato la spugna, per fortuna.

3. Tu vivi la fotografia in modo viscerale, non è un lavoro, ma un modo di vivere; lo fai perchè ti dà gioia e ti permette di esprimere te stessa prima ancora che per guadagnarci. Quanto è difficile riuscire a interagire con i fotografi che hanno invece un’idea totalmente diversa?
Ecco Monica, mi conosci bene vedo! “Non è un lavoro” proprio come ho scritto prima. Ho avuto la fortuna di lavorare quasi sempre con fotografi che credevano prima nell’arte che nello stereotipo della modella alta 1.80 e con la taglia 38. Persone e non fotografi, artisti e non macchine della moda. Mi permetto di nominare l’innominabile : Settimio Benedusi. Quando ci conoscemmo lui rimase colpito dalla mia “personalità” e mi scelte per il TPW 2009 perchè mi riteneva una persona intelligente e capace di interagire con un gruppo di allievi in un contesto decisamente particolare come quello. E io mi chiesi più volte se quest’uomo era folle o cosa. Con le ragazze con cui era abituato a lavorare, professioniste, belle, con esperienza, lui sceglieva me! Poi capii non appena mi ritrovai in Toscana ed ebbi l’occasione di approfondire il discorso e di vedere cosa è per lui la fotografia. Molti professionisti e non vedono la mia anima nelle foto e mi scelgono per questo ed è questa la soddisfazione più grande per me che sono felice di essere sempre e comunque me stessa, anzi, migliore rispetto a prima e di non aver dovuto modificare la mia persona pur di riuscire ad arrivare o a fare qualcosa. Non sono una modella, sono Francesca.

4. Hai avuto l’occasione di scattare con grandi fotografi del panorama italiano, quanto questa cosa ha influito sul tuo approccio alla fotografia?
Beh a partire dai salti di gioia e dalle capriole dopo aver saputo di avere la possibilità di lavorare con fotografi di un certo livello? Ha influito molto. Sì sul mio curriculum ma prima di tutto su di me, sul modo di vedere la fotografia, di conoscerla e di apprezzarla per tutto quello che rappresenta. Non cos’è la fotografia ma CHI è la fotografia.

5. Avendo scattato con te più volte ho potuto imparare a conoscerti sia come modella che come persona e apprezzo il fatto che l’una non escluda l’altra; sul set porti tutto il tuo bagaglio di vita e ciò traspare dal tuo sguardo, non sei solo una comparsa ma sei la protagonista assoluta dello scatto. Mi piacerebbe capire come la vivi dal tuo punto di vista, capire il “dietro le quinte” dei tuoi pensieri prima di iniziare un servizio, le emozioni che provi…
Le emozioni che provo… difficile definirle. Quel brivido che mi fece capire che dovevo fare questo non mi ha mai lasciata. Sono sempre un po’ agitata prima di cominciare, poi quando sento il primo click tutto se ne va e io entro nel mio mondo surreale. A volte mi viene detto “sii te stessa” altre volte giustamente ho uno stile da seguire, una storia da raccontare e allora mi trasformo nelle mille persone che sono e ne interpreto semplicemente una. Quando prima ho detto che sono NATA con la fotografia intendevo anche questo. Ho scoperto dei lati di me che non ho mai voluto esplorare, un po’ per paura un po’ per timidezza, e mi sono resa conto di non essere la persona che credevo di essere, ma molto di più. Non sto parlando di esteriorità ma di anima. Quando scatto mi sento come un’attrice di teatro senza copione, che improvvisa sentendo la sinergia con chi sta dietro la macchina fotografica, che coglie ogni genere di input esterno e lo trasforma in qualcosa. La magia dell’obiettivo mi porta dove non mi aspetto e mi permette di esprimere tutta me stessa, a pieno.

6. Da qualche tempo hai iniziato a realizzare alcune serie di autoscatti. Cosa ti ha spinta a farlo? Il bisogno di comunicare te stessa in prima persona senza mediazioni, o sentivi che nei ruoli interpretati per gli altri mancava sempre qualcosa che non usciva come avresti voluto?
Gli autoscatti sono la mia massima espressione emozionale. Non sono mai studiati o pensati. Nascono da forti emozioni scaturite da esperienze appena vissute, da ricordi che riaffiorano, da un regalo ricevuto, da una frase letta, da una canzone ascoltata. E’ davvero un bisogno immediato di fare uscire qualcosa che io ritengo incontrollabile e che ho paura mi possa fare del male. E’ uno sfogo. C’è chi piange, chi si mette a correre, chi distrugge tutto quello che gli capita sotto mano. Io mi autoritraggo. In questo caso non c’è attrice di teatro, non c’è personaggio, non ci sono abiti, non c’è trucco. Ci sono solo io e la mia macchinetta fotografica da guerra. Non è che i fotografi con cui ho lavorato e lavoro non sappiano vedermi ma ci sono emozioni talmente private e personali che sarebbe difficile avere lo stesso risultato ma soprattutto spiegare quello che sto sentendo. A volte mi dico che se ogni volta avessi aspettato anche solo dieci minuti per prendere la macchina e scattare non avrei avuto i miei self portraits. E’ questione di istanti.

7. Ciò che mi colpisce di questi scatti è il fatto che tutti quanti raccontino una storia, la tua storia. Un aspetto fondamentale per realizzare progetti fotografici che abbiano qualcosa da dire, ma che molto spesso i fotografi stessi (o chi si spaccia per tale) tende a sottovalutare creando scatti privi di significato. Da questo punto di vista leggo un’impronta Benedusiana alla tua formazione, sbaglio?
Ahahhaha, beh come poter dire di no. Dopo l’esperienza del primo TPW, nel 2009, la prima cosa che dissi agli allievi fu che quella settimana non era servita solo a loro ma anche, e soprattutto, a me. Era cambiato totalmente il mio punto di vista. Ho sempre avuto la tendenza a vedere aldilà della semplice bellezza tecnica dello scatto, ma non mi ero mai buttata così in quel mondo tanto da ritrovarmi in una realtà totalmente nuova e così meravigliosa. Sono nate mille esigenze espressive perché era più bello creare, fotografare e farsi fotografare. Vedere realizzato un progetto nato dal proprio io regala delle sensazioni non solo a chi lo crea ma anche a chi lo guarda, a chi lo “sente”. La forza dei miei self portraits (a quanto dicono le persone che mi scrivono) sta proprio nel fatto che parlano di me, che raccontano qualcosa e che suscitano emozioni. Bisogna scavare nel proprio io, in quell’angolo buio che cerchiamo di nascondere, nelle nostre paure.

8. L’autoritratto è una forma di fotografia sviluppata da molti fotografi, alcuni hanno cominciato così, altri, come Francesca Woodman, vi hanno dedicato tutta la loro vita. Pensi che potrebbe essere una possibile via da seguire per diventare a tua volta fotografa, quando non farai più la modella?
Beh non posso dire di non averci mai pensato ma per ora voglio solo esprimere me stessa e fare ciò che faccio. Ammiro molto la Woodman e chi ha il coraggio di mostrarsi agli altri con gli autoritratti perchè credo sia un segno di forza oltre che un bisogno di darsi agli altri. Non è facile mostrare la propria fragilità, le proprie angosce e paure. Chissà dove mi porterà la fotografia.

Grazie Francesca!

Qui di seguito alcuni scatti di fotografi con cui ha lavorato:

settimio-benedusi-11 adolfo-valente

cheeky_oo2 gia-6

E alcuni suoi autoritratti (potete vedere le serie complete sulla sua pagina flickr):

mebyme-19 mebyme-43

mebyme-17 mebyme-18 mebyme-15

Written by Monimix

novembre 9th, 2010 at 5:51 pm

Posted in interviste

12 Responses to 'Quattro chiacchiere con Francesca Cortevesio'

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  1. Mi viene da pensare “chi fotograferà chi al workshop tra una settimana?”

    Nicola Petrara

    9 nov 10 at 10:08 pm

  2. Giusta osservazione Nicola! heheheheh diciamo che spererei di essere dietro la macchina fotografica!! 😀

    Monica

    10 nov 10 at 8:55 am

  3. Monica…WOW!

    Interessantissima intervista. Solitamente si leggono interviste di chi sta dietro la macchina fotografica ma mai (sino ad ora e probabilmente ciò è dovuto alla mia inesperienza in questo mondo) avevo letto un’intervista fatta ad una modella.

    E’ vero nello scatto lei balza all’occhio, volitivamente, ha un qualcosa di magnetico, soprattutto nello sguardo la trovo incredibilmente fascinosa. Entrambe mi avete dato una conferma di qualcosa che covavo da tempo e che in parte ho tentato di applicare (nel limite del possibile) ovvero cercare in una modella qualcosa che vada OLTRE l’aspetto.

    La bellezza è effimera e ritrarla (soprattutto in questa epoca) mi sembra qualcosa di “stolto”. La modella credo debba andare oltre, colpire per ciò che è anche se interpreta un personaggio..

    Poi ti vorrei chiedere una cosa 😀

    Malakh Kelevra

    10 nov 10 at 9:50 am

  4. Grazie Michelangelo! Sono felice che ti sia piaciuta quest’intervista. Sono in un momento della vita in cui capisco che ritrarre “solo” la bellezza, solo il guscio esteriore non mi interessa più e non mi basta più (e alla fine non mi è mai bastato tale limite!). Voglio andare a fondo, ritrarre le persone nel loro essere, andare alla ricerca di verità, di sentimenti, spostandomi sul ritratto forte, d’impatto, vero, che possa essere una traccia della realtà vissuta, anzichè la costruzione di una finzione.
    Chiedi pure!

    Monimix

    10 nov 10 at 10:02 am

  5. […] blog di Monica, troverete questa interessantissima intervista fatta a Francesca Cortevesio magnetica e fascinosa modella […]

  6. Anche parlandole per poco tempo avevo capito che c’e’ una bella testa sotto i capelli platino, e leggerla e’ una conferma.
    E concordo sugli occhi: e’ come se ci fosse una scintilla accesa perennemente.
    Non vedo l’ora di poter lavorare con lei ^_^

    Bruko

    10 nov 10 at 4:13 pm

  7. concordo con Sara… can’t wait!! Settimana prossima mi sa che mando via tutti e il workshop me lo faccio da me con Francesca e basta ahhahahaha. Siete avvisati! ;-D

    Barbara

    10 nov 10 at 5:18 pm

  8. Prometto che mi dò una mossa, Sara, per il nostro progetto, così accorcio i tempi della tua attesa 😀
    Barbara ti scrivo mentre siamo al telefono, fa un po’ impressione hehehehhe
    Ho già capito che a ‘sto workshop se mi va bene, le foto le fa Francesca, se va male, Barbara ci butta fuori e scatta solo lei con la Fra! hihihihih
    Io sarò al bar con Francesco, va…

    Monimix

    11 nov 10 at 3:16 pm

  9. il rischio c’è… (vi prenoto un posticino per il bar qui a fianco…) ;-D

    Barbara

    11 nov 10 at 4:04 pm

  10. Argh finalmente sono riuscita a sedermi e a leggere tutto. Qui in casa non è una cosa che accade spesso sigh.L’intensità emotiva di Francesca esplode anche senza click, beate voi che riuscite a raccoglierla e imprimerla in una forma degna!!
    Manuela

    Manuela - 2click

    30 nov 10 at 12:16 pm

  11. Ciao Manu! Sono felice che Francesca vi abbia conquistati, sono andata a colpo sicuro nello sceglier lei come modella per il workshop. Dall’aspetto particolare da interpretare in mille modi, alla capacità espressiva ed emotiva impareggiabili, tutto in lei è forza comunicativa. Considera che in un’esperienza come può essere un workshop, i tempi stretti contribuiscono in maniera negativa nella costruzione di un rapporto tra fotografo e modella. Se aveste l’opportunità di approfondire maggiormente la conoscenza, capendo come interpretarla e chiedendo cosa volete esprimere, sono certa che anche voi riuscireste ad interpretarla al meglio! :) Le questioni tecniche si possono sempre affrontare e migliorare. Chissà magari al prossimo workshop la richiamiamo e diamo un seguito alla cosa, che dici?

    Monimix

    30 nov 10 at 1:58 pm

  12. Sììììììììììììììì e altre mille volte sì con piacere. :))))

    Manuela

    30 nov 10 at 9:37 pm

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